Missione Shelter: recensione

Instancabile eroe action del cinema moderno, l’attore inglese Jason Statham torna in sala con una nuova rocambolesca avventura fatta di sparatorie e combattimenti all’arma bianca, atta a dimostrare le sue capacità marziali come anche le rudi doti recitative della sua rocciosa espressione; con Missione Shelter quindi la nostra star rimette in pratica tali doti per regalare del nuovo intrattenimento, non esente di un certo cinismo di fondo, ma comunque finalizzato a intrattenere per tutta la sua durata.


Con la regia dell’instancabile Ric Roman Waugh, già alla direzione del dittico Greenland (il cui secondo capitolo è appena uscito in sala), il qui presente titolo vede quindi Statham nei panni di un misterioso uomo che vive da solo in una piccola isola scozzese.

L’unica persona che di tanto in tanto viene a fargli visita è la giovanissima Jessie (Bodhi Rae Breatnach), un’adolescente incaricata a portare dei viveri al solitario figuro di poche parole, il quale è intenzionato a non voler assolutamente socializzare con nessuno.

Ma Mason, questo il suo nome, ben presto scoprirà che qualcuno, proveniente dal suo misterioso passato, lo ha stanato, presentandosi alla sua isola e cercando di ucciderlo; solo che l’uomo, dotato di particolari doti combattive, è un osso duro da uccidere e assieme alla giovane Jessie cercherà di trovare la salvezza, andando incontro a coloro che lo hanno trasformato in una macchina per uccidere e che ora lo vogliono morto.

Con una trama canovaccio ormai prassi del cinema di Statham, Missione Shelter è una pellicola che in fin dei conti fa a meno di sviluppare la sua semplicissima storia, strutturandosi in una serie di fughe senza sosta, alternate anche a momenti introspettivi che in fin dei conti poco approfondiscono la natura misteriosa del suo protagonista.

Insomma qua Statham, con suo solito fare, ricopre i panni di un mite eroe non “senza macchia” ma che è in cerca di redenzione, spaccando la faccia e uccidendo chiunque si metta sulla sua strada, senza se e senza ma, lasciando che lo script di Ward Parry si adegui quindi a questo trend moderno del cinema action, adibito a sviluppare a fondo determinati plot nati giusto per intrattenere.

Ed è in ciò che difetta maggiormente Missione Shelter, che con quel continuo prendersi sul serio riesce anche a creare delle parentesi di noia nella sua natura action, ed il regista Waugh, un autore che ha alternato titoli come Attacco al potere 3 con opere carcerarie come Felon – Il colpevole e La fratellanza, non sembra saper tenere bene le redini del tutto, uniformando un’ennesima pellicola stathamiana da rapportare ad altre che invece ben riuscivano a miscelare intrattenimento e politicamente scorretto (Transporter 1 e 2, Professione assassino, The beekeeper).

Potrà forse piacere ai fan duri e puri del noto attore, ma Missione Shelter è un’opera abbastanza stanca e ripetitiva, che vive come copia carbone di altri lungometraggi simili e che a visione conclusa poco approfondisce di ciò che racconta, in primis la delineazione facilona dei comprimari in presenti (la giovane Jessie della Breatnach e l’ambiguo Manafort di Bill Nighy).

Mirko Lomuscio