Direttamente dalla cinematografia scandinava arriva una pellicola dall’andamento curioso, capace di alternare dramma e commedia con un pizzico di noir nel mezzo, ancorandosi in un andamento tipico del cinema nordico.

Con protagonista la star internazionale Mads Mikkelsen, Mio fratello è un vichingo, produzione tra Danimarca e Svezia, vede il noto attore di nuovo al cospetto del regista Anders Thomas Jensen, già entrambi assieme per una commedia bizzarra quale è Riders of justice del 2020 ed ora nuovamente in tandem per un’ulteriore pellicola che sappia miscelare humour assieme a parentesi più sentite, parecchio intimiste anche.
La storia è quella dei due fratelli Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (Mikkelsen), inseparabili nella vita, nonostante svolgano delle esistenze agli antipodi.

Infatti Anker è un incallito criminale, coinvolto in un grande colpo che gli ha fruttato un bel gruzzoletto, ma una volta arrestato lo stesso bottino viene di conseguenza nascosto.
L’unico a sapere dove sia è però Manfred, il quale, nel corso degli anni, ha sviluppato un preoccupante disturbo mentale, che lo porta ad essere poco ricettivo con le persone attorno.
Ma una volta uscito dal carcere Anker è seriamente intenzionato a voler ritrovare quei soldi, e lo fa portando suo fratello nella vecchia casa di famiglia, in mezzo alla natura selvaggia, cercando di spingerlo a ricordare dove il bottino sia nascosto, tra tentativi di avvicinamento fraterno e un insano esperimento di ricostruire una cover band dei Beatles, gruppo di cui Manfred è fan, tanto da farsi chiamare continuamente John.

Tale esperimento dovrà per forza portare dei risultati, anche perché delle persone legate alla vita criminale di Anker hanno intenzione di rimettere mano a quei soldi perduti.
Con quella narrativa tipica del cinema scandinavo Mio fratello è un vichingo mette in scena una stramba trama fatta di personaggi sentiti e delineati quanto bastano, giusto per abbozzare un paio di caratterizzazioni interessanti, tra cui quella del Manfred di Mikkelsen.
L’unico neo è che il regista Jensen non riesca ad amalgamare degnamente gli elementi al suo servizio, creando una pellicola che in modo discontinuo passa da parentesi violente ad altre più assurdamente comiche, con personaggi sopra le righe che lasciano anche un buon segno (il Lothar di Lars Brygmann oppure l’Hamdan di Kardo Razzazzi) ma che difficilmente trovano una degna collocazione nel mezzo di questa pretestuosa trama.

Una trama che sì ci regala dei piccoli momenti esilaranti, ma che insomma non riesce ad uniformare bene le intenzioni di Mio fratello un vichingo, avanzando di scena in scena, oppure di sequenza in sequenza con fare poco ispirato, tirandola per le lunghe e facendo risultare abbastanza sprecata anche la partecipazione del bravo Mikkelsen.
Una commedia nera dall’andamento indeciso, questo è il lungometraggio di Jensen, ricca di raccapriccianti momenti come anche di voglia di ridere a tutti i costi, senza però sinceramente riuscire a valorizzare l’elemento cardine su cui ruota, ovvero il rapporto fraterno fra i due protagonisti, che in fin dei conti risultano essere solo un paio di pedine perse in un marasma narrativo di compiaciuto humour al vetriolo e narrativa tipicamente nordica fine a se stessa.
Mirko Lomuscio