Nonostante l’occhio adrenalinico, il regista Guy Ritchie non si è mai messo al servizio di un film d’azione vero e proprio, proponendo il proprio stile per dei gangster movie sopra le righe (Lock & stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo, The gentlemen), per live action disneyani (Aladdin), per riadattamenti letterari dal sapore commerciale (il dittico Sherlock Holmes interpretato da Robert Downey jr.), per remake di film nostrani (Travolti dal destino) o di serie tv anni ‘60 (Operazione U.N.C.L.E.), o addirittura per spaccati storici dal sapore mitologico (King Arthur – Il potere della spada); ma mai nel suo curriculum è mai entrato di diritto un action adrenalinico come abbiamo imparato a vedere sui grandi schermi di oggi.

A colmare questa sua lacuna arriva quindi il qui presente In the grey, una storia di agenti e organizzazioni segrete, il cui compito è occuparsi delle faccende sporche che si annidano nelle nazioni del mondo, tra missioni rischiose ed azioni militari altrettanto pericolose, tra le cui fila girano personaggi e professionisti del settore che agiscono nella nascosta “linea grigia”.
Due di loro sono gli agenti speciali denominati Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sid (Henry Cavill), i quali lavorano per conto dell’affascinate legale Sophia (Elza González), una donna che riesce ad intrecciare i propri rapporti professionali con le più importanti enti governative del globo terrestre.

Una di queste, un’importante associazione inglese capitanata da una donna pronta a tutto (Rosamund Pike), necessita del loro aiuto, ed il compito è quello di recuperare l’astronomica somma di un miliardo di dollari, appartenenti ad un pericoloso uomo d’affari sudamericano (Carlos Bardem).
Per Bronco e Sid è un’altra occasione per dimostrare quanto le loro qualità e doti combattive siano utili in queste faccende, e l’operazione, per quanto studiata fino in fondo, si rivelerà però essere più difficile di quello che sembra.

Che Ritchie fosse un nome capace di tenere un certo ritmo e una certa visionarietà con la macchina da presa lo sapevamo, pur conoscendo determinati suoi difetti e altrettanti pregi che porta avanti da una longeva carriera ormai; con In the grey però il nostro regista non riesce pienamente a soddisfare i criteri di autore dall’occhio adrenalinico, mettendo in scena una spy story cotta e mangiata che poco o niente sviluppa nella sua tesissima narrazione.
Parliamoci chiaro, qua le intenzioni ci sono e si vedono, una storia di buoni e cattivi che si mischiano nella loro moralità, con la pretesa di lasciare lo spettatore incollato alla poltrona diviso tra una prima parte preparatoria (pure troppo), dove ogni singola mossa tattica viene descritta dai suoi personaggi, e una seconda in cui l’azione prende forma, senza sosta ma anche senza alcuna logica di fondo, dove personaggi che hai intravisto durante la visione escono di scena senza sentirne la mancanza.

In the grey è un po’ un pasticciaccio che mira all’obiettivo di ottenere una narrazione sperimentale alla Steven Soderbergh (quello di Knockout – Resa dei conti e del recente Black bag – Doppio gioco tanto per chiarirci) e un qualcosa che si avvicini all’intrattenimento del Peter Berg di Red zone – 22 miglia di fuoco, miscelando questi due punti di vista agli antipodi in un risultato che lascia pochissimo spazio all’introspezione e allo sviluppo dei personaggi, tant’è che la stessa presenza di Gyllenhaal e Cavill risulta poco efficace al complesso dell’operazione.
Questo a conferma che In the grey non è il miglior modo di dimostrare qualità da “regista action” per il ben noto Ritchie.
Mirko Lomuscio