Il re leone: recensione

Tra i vari live action dei lungometraggi Disney realizzati finora, quello de Il re leone era sicuramente il più atteso. Vuoi perché il cartone del 1994 è uno dei più amati dal pubblico, vuoi perché è giustamente considerato un capolavoro, ma le aspettative per il film, diretto da Jon Favreau, erano davvero alte. A questa grande attesa contribuiva anche un trailer che prometteva una qualità visiva e tecnica eccelsa e la possibilità di rivivere le emozioni presenti nel cartone.

E pare che queste promesse siano state mantenute, visto che il film ha fatto record di incassi fin dai primi giorni di proiezione e considerando anche le recensioni, il più delle volte positive. 

In effetti, Il re leone in live action è visivamente un capolavoro. Il livello degli effetti speciali è altissimo; spesso si ha l’impressione di trovarsi in scenari veri, con acqua reale, vegetazione reale, sabbia vera; gli stessi animali sembra siano quasi arrivati da un documentario della BBC. Il piccolo Simba è così tenero che a chiunque verrebbe voglia di coccolarlo e l’aspetto di Mufasa è così fiero, bello e maestoso che invoglia a passare una mano nella sua folta e iper realistica criniera.

Se dal punto di vista tecnico il film merita indubbiamente voti alti, lo stesso non si può dire della resa delle emozioni. Pur rimanendo profondamente fedele al lungometraggio animato, mantenendo spesso intatte scene, situazioni, anche alcuni dialoghi e battute, la pecca maggiore di questo live action è proprio la mancanza della componente emozionale, che tanta importanza aveva avuto nel cartone animato. Si può dire che in questo film la ricerca del realismo abbia portato ad una minor presenza di emozioni. Simba, Mufasa, Scar, Timon, Pumbaa e tutti gli altri, sembrano così reali, così veri che, come gli animali nel mondo reale, non potrebbero mai fare quello che facevano i loro corrispettivi animati. Quindi non vedremo i protagonisti lasciarsi andare a dinamiche ed acrobatiche coreografie, e la loro espressività sarà indubbiamente più limitata. Questo, se da un lato è comprensibile (nella vita reale sarebbe davvero difficile, ad esempio, vedere un suricato che balla la hula, o leoncini che creano una torre di animali), dall’altro non permette sempre di emozionarsi come ci si aspetterebbe. E quindi scene chiave, come la morte di Mufasa, la canzone “Sarò re” di Scar, l’avventura di Nala e Simba al cimitero degli elefanti e tante altre, non sempre riescono a dare la giusta dose di commozione e adrenalina. È come se gli animali rimanessero sempre troppo statici, troppo freddi, persino le iene non possiedono la stessa verve comica presente nel cartone.

Alla resa non proprio perfetta della sfera emozionale, contribuisce anche il doppiaggio italiano, non perché sia di scarsa qualità, anzi. Il lavoro di doppiaggio è stato realizzato in maniera decisamente apprezzabile, sia da i non professionisti, come Marco Mengoni ed Elisa per Simba e Nala adulti, Edoardo Leo e Stefano Fresi per Timon e Pumbaa (forse, tra i migliori del film), sia dai professionisti, come Massimo Popolizio per Scar e Luca Ward per Mufasa. Ma, anche in questo caso, la resa non sempre è di alti livelli, non tanto dal punto di vista tecnico (anche se, ovviamente, si è consapevoli che non ci si può aspettare la perfezione tecnica dai personaggi doppiati da non professionisti) ma proprio dal punto di vista dell’emotività, soprattutto se si fa il confronto con il doppiaggio del cartone del 1994.

Il re leone del 2019 è quindi un film che vale la pena vedere solo per la bellezza degli effetti speciali? Non proprio, perché è un film capace di regalare comunque scene coinvolgenti e di stimolare l’interesse, nonostante la storia non presenti quasi nulla di diverso dal lungometraggio animato. Una nota di merito va data a quasi tutti i brani musicali che, finalmente anche in italiano, conservano gli stessi testi del cartone, permettendo di avere una versione nuova ma pur sempre fedele all’originale. Non è un capolavoro, ma sicuramente potrebbe rivelarsi un’occasione per rivivere la storia di Simba e magari per farla conoscere alle nuove generazioni, con l’augurio che anche loro possano appassionarsi ed emozionarsi con il lungometraggio animato degli anni ‘90.

Pamela Grasso

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