Pensavate che i giochi erano finiti, ed invece la corsa al massacro continua: dopo essersi fatti un’ulteriore reputazione nel campo dell’horror dirigendo il quinto e sesto capitolo della serie Scream e il vampiresco Abigail, la felice accoppiata Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett rimette mano ad una delle loro pellicole più riuscite, ovvero lo spassoso Finché morte non ci separi, e riprendendo il discorso da dove era rimasto proseguono il lungo gioco al massacro affrontato dalla sposa insanguinata Grace, interpretata da Samara Weaving, e gettando ulteriore benzina sul fuoco creativo di questa particolare saga horror.

E quindi con Finché morte non ci separi 2 si torna su quei passi, dopo che Grace (Weaving) viene portata in ospedale per poter raccontare alle autorità cosa sia successo nella tenuta dei Le Domas, la famiglia aristocratica che ha tentato di ucciderla per eseguire un rito satanico.
Ma non tutto è finito, perché ben altre persone sono intenzionate a volerla morta, sempre per portare a compimento ciò che i Le Domas hanno cominciato, tant’è che la stessa Grace viene rapita assieme alla sorella Faith (Kathryn Newman) e portata nella casa dei potenti Danforth, detentori del Posto D’Onore del Consiglio, controllando di conseguenza il mondo intero.

Le due ragazze vengono messe nel mezzo di un nuovo gioco al massacro, inseguite da altri componenti di ulteriori famiglie legate a questo sanguinario rito, tutte guidate dalla violenta fame di potere dei fratelli gemelli Danforth, Ursula (Sarah Michelle Gellar) e Titus (Shawn Hatosy).
Solo che Grace e Faith, nonostante il rispettivo attrito che provano l’una per l’altra, si riveleranno essere delle prede ben più difficili del previsto, e nuovo sangue scorrerà tra le fila di questo ultracentenario rito satanico.
Nonostante il primo film si tratti sì di un’opera leggera e d’intrattenimento, ma con una sua anima politica che guarda all’anticapitalismo con fare originale, questo Finché morti non di separi 2 torna su quegli argomenti tentando di alzare il tiro e allargando ampiamente gli sguardi, parlando anche di famiglie unite e divise (o divisorie) che oramai popolano l’attuale pianeta terrestre.

Insomma si direbbe una premessa alquanto ambiziosa, dato che stiamo parlando di un prodotto fruibile giusto per la sua assurda trama e per il suo svolgimento altrettanto fantasioso, ed a conti fatti tutto il sottotesto anticapitalista del primo capitolo va a perdersi a scapito di una narrazione divertita in questo sequel, a dire il vero fin troppo facilona, che il duo Bettinelli-Olpin e Gillett gestisce con fare troppo anarchico, perdendo di vista così tutta la caratterizzazione dei suoi numerosi personaggi.
Ad andare a perdersi è innanzitutto il rapporto complicato tra Grace e la sorella Faith, rese dalle più che coinvolte Weaving e Newton, risultando fin troppo gratuito per l’economia della pellicola come anche gratuite sono le varie partecipazioni speciali presenti (dalla presenza di un Elijah Wood in versione avvocato e di un esaltato Kevin Durand, fino ad una breve apparizione di un David Cronenberg in rara licenza recitativa, come fu in Cabal e Jason X già), nonostante tra queste si possono ritrovare una valida Gellar (ex Buffy l’ammazzavampiri) e un bravo Hatosy (lo si ricorda in The faculty di Robert Rodriguez), ma giusto per dare un certo risalto all’animo divertito e divertente di Finché morte non ci separi 2.
Ma non parliamo di un film malriuscito, anzi il suo dovere lo fa, intrattiene ed infarcisce di sano humour nero battute e personaggi, i quali variano di nazionalità tra indiani, messicani e cinesi, tutti chiamati in causa per questa sanguinosa satira atta a regalare una nuova metafora anticapitalista, facendo però a meno di una certa impronta horror che aveva dato il via al primo film.

E qui sta il vero peccato di questo sequel, che si uniforma più come commedia action pregna di splatter e situazioni da cartone animato che da horror intelligente quale era il film precedente, accontentandosi di rimanere su una certa media narrativa, nonostante le varie mosse prevedibili esposte di sequenza in sequenza.
Mirko Lomuscio