Tra fantasy e commedia, con picchi horror splatter inaspettati, giunge in sala il lungometraggio Death of a unicorn, una pellicola diretta dall’esordiente Alex Scharfman e prodotta da Ari Aster (Hereditary – Le radici del male, Midsommar – Il villaggio dei dannati, Beau ha paura), che vede primeggiare un ricco cast alla guida di una trama che fa della bizzarria un proprio punto focale.

Interpretato da Paul Rudd, Jenna Ortega, Will Poulter, Téa Leoni e Richard E. Grant, il film è la storia dell’avvocato Elliot (Rudd), il quale, in viaggio d’affari, porta con sé sua figlia Ridley (Ortega) a casa di alcuni suoi ricchi clienti, la cui dimora si trova in mezzo alle verdi montagne.
Durante il tragitto in macchina padre e figlia andranno però incontro ad uno strano avvenimento; investiranno una bizzarra creatura che rimarrà agonizzante sul ciglio della strada, una creatura che sembra essere un unicorno.

Costretti a portarla in macchina, nascondendola da chiunque possa trovarla, ben presto l’essere si risveglia e sia Elliot che Ridley, i quali ormai si trovano a casa del ricco cliente, ovvero il magnate malato di cancro Odell (Grant) sposato con l’odiosa Belinda (Leoni) e padre del folle Shepard (Poulter), vivranno un incubo ad occhi aperti, avendo a che fare con creature di un regno oscuro, intenzionate a uccidere chiunque per riottenere ciò che gli spetta.
Ormai nel genere horror siamo pronti ad assistere a qualsiasi cosa, ma avere a che fare con unicorni assassini veramente era difficile da immaginare; Death of a unicorn di Scharfman è un prodotto che però non intende solo regalare parentesi orrorifiche nel mezzo della sua assurda trama, scritta dal regista stesso, ma intende anche trattare altre parentesi come la commedia nera e la satira sociale, buttando quelle tipiche caratterizzazioni forti che possano fare il punto sulla situazione (vedere la famiglia di Odell, tutti forzatamente sopra le righe).

Ma è proprio a causa di questa insana voglia di espandere gli argomenti continuamente che porta Death of a unicorn verso una resa finale abbastanza pastrocchiata, perdendo solidità narrativa nel contesto che racconta e senza a dare un degno sviluppo ai suoi personaggi; infatti molto sacrificate sembrano essere le performance di Rudd e Ortega (qua anche produttori esecutivi), mentre Grant, Poulter e Leoni, per quanto estremizzati nelle loro risibili caratterizzazioni, risultano essere vittime di personaggi insopportabili per quanto poco sono curati e approfonditi.
Ci troviamo di fronte ad un titolo che avrebbe dovuto favorire di una resa migliore, ed invece, a causa delle forti ambizioni mostrate tra le righe (l’attacco all’avida ricerca farmaceutica, l’amore per la famiglia), Death of a unicorn presenta solo una narrazione che stenta a decollare, non risultando indecente certo, però mostrando parecchi punti deboli nella sua voglia di intrattenere e far pensare, soprattutto quando prepotentemente inserisce un gratuito lato horror splatter, ingiustificato per come irrompe nella storia e mai abbastanza ben amalgamato nel resto del racconto.

Un film dalla grande voglia di dire cose importanti e che invece in fin dei conti le scema in uno spettacolo fine a se stesso, che mai varca la soglia di una certa forza narrativa di cui avrebbe necessitato.
Mirko Lomuscio