Dangerous animals: recensione

Non è brivido estivo se non ci sono opere cinematografiche che mettono di mezzo il pericolo degli squali, ma se ad esso ci aggiungiamo anche un elemento umano come la presenza di un serial killer allora i brividi non possono fare altro che raddoppiare; su tali presupposti il regista Sean Byrne, autore di un paio di pellicole horror come The loved ones e The devil’s candy, tira su la sua ultima opera, ovvero il thriller Dangerous animals, un prodotto che viene dall’Australia con delle premesse alquanto accattivanti per ciò che ha da proporre.


La storia è quella di un uomo, tale Tucker (Jai Courtney), il quale gestisce un’attività di immersioni marine con gabbia, intenzionate a far avvicinare i clienti a quelli che sono ritenuti gli esseri più pericolosi dell’oceano , ovvero gli squali.

Ma dentro Tucker in verità si cela un lato oscuro, che lo porta a segregare delle ignare vittime per poi portarle in un incubo senza fine, il tutto filmandole con una vecchia telecamera.

Tra queste vi è ora la combattiva surfista Zephyr (Hassie Harrison) che, catturata e rinchiusa, cercherà in tutti i modi di poter fuggire, senza però sapere cosa la aspetta di attimo in attimo.

 

Thriller dalle premesse molto semplici, che fa della narrazione trainate un suo punto forte, Dangerous animals è un film che si lascia ben vedere per come siano gestiti i ritmi e le scene di tensione, giocando in primis su uno script che per certi versi si fa molto più “profondo” di quello che sembra, il tutto aprendo un discorso di quanto l’essere umano sia molto più pericoloso di qualsiasi animale selvaggio.

La regia di Byrne quindi si sente molto ispirata a riguardo, giocando su una struttura tipica del genere thriller/horror e mostrando quella dose di violenza visiva quanto basta, senza che il tutto sia soggiogato da un compiacimento fine a se stesso ma giostrando un lungometraggio intenzionato a sovvertire le carte del genere, dove la figura della donna soprattutto riesce a ritagliarsi un ruolo forte nel mezzo di una trama così ad alta tensione.

 

Ma elemento di grande impatto in Dangerous animals è anche, e forse soprattutto, la performance di un Courtney sopra le righe, che si ritaglia un’interpretazione di tutto rispetto delineando alla perfezione la follia del suo Tucker, tra alzate di tono ed anche momenti citazionisti, come il ballo allucinato e allucinante che esegue come avrebbe fatto un qualsiasi Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme.

Infine cosa che colpisce di Dangerous animals, nonostante la scrittura dello sceneggiatore Nick Lepard si assesti tra buone trovate ed altre meno elaborate, è quella voglia di non prevedibilità nelle intenzioni e nei messaggi che espone, riuscendo a fine visione di portare a compimento un prodotto che riesce ad andare controcorrente a ciò che ne è sempre conseguito con la visione di film di tensione incentrati sui pescecani, ovvero l’assoluta paura del mare abitato da questi animali acquatici, i quali nella realtà non vengono mai abbastanza compatiti, da Lo squalo di Steven Spielberg in poi.

Mirko Lomuscio