Backrooms: recensione

Nella mitologia moderna dei creepypasta, ovvero quelle leggende metropolitane che trovano origine tra le righe di forum o discussioni via internet, una che si è fatta largo in questi tempi recenti è quella delle “backrooms”, luoghi indefiniti e composti da infinite stanze da attraversare, senza trovare mai alcuna via d’uscita.


Una mitologia maledetta che subito ha trovato spazio nelle menti creative di un giovane autore di nome Kane Parsons, il quale, neanche maggiorenne, decise di realizzare una webserie tratta da questa infausta leggenda, generando un seguito che ne avrebbe consacrato un culto immediato.

Tale operazione ha attirato da subito le menti produttive della A24, fautori di film come The witch di Robert Eggers o Hereditary – Le radici del male di Ari Aster, come anche quelle dei registi James Wan, Osgood Perkins e Shawn Levy, i quali prendono sotto la propria ala protettiva il giovane Parsons e lo aiutano a realizzare il qui presente Backrooms, ovvero una versione cinematografica della nota leggenda creepypasta, atta a mettere in scena tutto il dicibile di ciò che si nasconde tra le righe di tale immaginifica maledizione.

Tutto prende inizio tra le pareti di uno showrooms di mobili e arredi per la casa, appartenente al problematico Clark (Chiwetel Ejiofor), un uomo con un passato alquanto scombussolato, nonché paziente dalla terapista Mary (Renate Reinsve).

Il venditore si imbatte improvvisamente in una dimensione sconosciuta, raggiungibile attraversando il muro del piano sotterraneo del vasto negozio; qua si ritroverà in un luogo parallelo, simile ad un qualsiasi enorme stabile disabitato, ma pervaso e composto da lunghe stanze senza uscita, impossibile da abbandonare e da cui sfuggire.

Tra queste stanze inoltre si annida una presenza minacciosa, capace di portare morte e terrore, una maledizione del posto che ben presto si farà viva sulla strada di Clark come anche della terapista Mary.


Suggestiva opera che vive di atmosfera criptica e misteriosa, Backrooms è un film che profuma già di cult movie, ancor prima della sua uscita in sala, e tale cosa è ben motivata dai risultati ottenuti dal giovanissimo Parsons, un regista dall’occhio sicuro, a metà strada tra un David Lynch adolescenziale e un Aster contemporaneo, capace di creare un mondo allucinante tra le asettiche stanze che pervadono la visione del suo film, e su questo va lodato il lavoro scenografico di Danny Vermette e Alan Derksen.

E’ un horror psicoterapeuta Backrooms, un film che parla di lunghi corridoi e vaste ampie stanze, chi vuota e chi colma di mobili, come fossero le membra cervellotiche di una qualche mente malata e bisognosa di cure, mettendo nel mezzo nel vicissitudini di Clark e Mary, interpretati dai bravi Ejiofor e Reinsve, come allegorico pretesto, in modo da amalgamare alla perfezione una allucinante visione moderna dell’orrore psicologico con un linguaggio da cinema horror.


Con Backrooms assistiamo ovviamente ad un buon prodotto di tensione, che con una certa narrativa originale mischia cinema P.O.V. (quello raccontato dal punto di vista dalla soggettiva di una telecamera) a racconto cinematografico vero e proprio, pervaso di sagome inquietanti e menti altrettanto pericolose, senza disdegnare la voglia di citazionismo registico che può esserci tra le righe di un prodotto del genere.

Mirko Lomuscio